freedom-of-fear

La nostra paura più grande non è quella di sentirci inadeguati.

La nostra paura più grande è quella di essere potenti oltre misura.

E’ la nostra luce, non la nostra oscurità che ci spaventa più di ogni altra cosa.

[…] E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere,

inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso.

E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

Marianne Williamson

 

Paura genuina o proiezioni della mente?

La paura è una forma di anticipazione, risposta e difesa da un pericolo. In assenza di una minaccia reale, però, queste emozioni possono amplificarsi e rafforzarsi con effetti devastanti sul corpo e sulla mente. La paura può essere genuina, ossia basata su ragioni valide e fattuali, o una nostra proiezione mentale. Quando si hanno sentimenti negativi, c’è il rischio di proiettarli verso qualcosa o qualcuno che finisce per apparirci ostile. Come risultato, si prova paura.

La paura totale

La paura è un’emozione sempre rivolta al passato, al futuro, o a una dimensione parallela. A differenza dell’ansia, ha sempre un oggetto. L’oggetto delle nostre paure può essere molteplice — dalle piccole grandi fobie (paura di volare, di parlare in pubblico, o aracnofobia), alla paura di non realizzare un desiderio, di essere rigettato, di perdere chi amiamo, o di non essere al sicuro. Spesso, c’è paura anche dietro alla gioia, impedendoci di vivere i momenti felici appieno. Anche se si può essere spaventati da cose diverse e a livelli diversi (conscio/inconscio), c’è solo UNA paura – la paura totale.

Il pensiero crea la paura

Per Krishnamurti (filosofo indiano, 1895-1986) la paura deriva dall’educazione competitiva che abbiamo ricevuto. Il desiderio di posizione sociale, prestigio e potere è in essenza un desiderio di dominio sugli altri. E il dominio sugli altri è una forma di aggressione che ha origine nella paura. “Una mente condizionata dalla paura vive in confusione, conflitto ed è perciò una mente violenta, distorta e aggressiva”. Da questo presupposto sociale, Krishnamurti arriva alla conclusione che sono i pensieri, come risposta alle esperienze rimaste nella mente sotto forma di memoria, a creare paura. Quando affrontiamo qualcosa non c’è paura – dice Krishnamurti. Solo quando arriva il pensiero, arriva anche la paura. Il pensiero e la memoria sono sempre vecchi. Pertanto la paura stessa è sempre vecchia. Quando capiamo che l’osservatore, con il suo sistema di pensieri e memoria, è la paura stessa, possiamo anche comprendere che la paura, di per se’, non esiste.

QUINDI, COSA FARE?

Praticare la mindfulness, o attenzione radicale al momento presente

Tutti sono d’accordo che scappare dalla paura, creando spesso dei veri e propri meccanismi di fuga, non fa che catalizzarla. Bisogna guardarla in profondità: avendone consapevolezza senza giudicare, analizzandone la causa, guardandola nella sua totalità, senza che la conoscenza o i movimenti della mente interferiscano, come se la guardassimo per la prima volta, e riportando l’attenzione sul momento presente e sul respiro consapevole, dove tutto è ok: un giorno il nostro corpo non ci sarà più, ma oggi c’è, sano e ben funzionante.

Praticare il karma yoga, o servizio

Il Dalai Lama nel suo libro The Art of Happiness suggerisce che coltivando la compassione possiamo promuovere una buona igiene mentale e aiutare a combattere stati d’ansia e preoccupazione. Se agiamo con onestà, motivati da altruismo e senso di servizio, riusciremo a essere più impavidi anche di fronte a circostanze ansiogene – per esempio parlare davanti a un pubblico. Se siamo onesti e aperti circa le nostre capacità, acquisiremo anche più fiducia e coraggio. Aver coraggio, quindi, non significa essere spericolati, imprudenti o incoscienti. Significa guardare in faccia la paura, prenderla per mano, e buttarsi con essa spinti dall’Amore più puro.

Praticare l’hatha yoga e l’ayurveda

Secondo l’ayurveda (l’antica scienza di vita indiana), la paura ha una qualità rajassica, ossia di agitazione, ansia o preoccupazione, e, talvolta, tamassica, ossia di gelo, paralisi o blocco, ed è solitamente connessa a un disequilibrio di vata. Vata, nella sua accezione negativa, si riferisce alla costituzione legata all’instabilità, all’incertezza e, quindi, alla paura. Un disequilibrio di vata si può curare in vari modi, dai massaggi, a un’alimentazione specifica, a una pratica di yoga mirata, all’assunzione di preparati a base di erbe. Secondo l’hatha yoga l’emozione della paura è connessa a un disequilibrio del primo chakra, muladhara. Quando questi è iperattivo, ci sentiamo instabili e insicuri; quando invece è bloccato, rigidi e ostili al cambiamento. Una sequenza di hatha yoga che stimoli il chakra muladhara può aiutare a sentirci centrati, saldi e adattabili. Muladhara è anche il chakra della sopravvivenza e dell’attaccamento alla vita. La paura ultima, infatti, è quella della morte, considerata da Patanjali nello Yoga Sutra una delle cinque afflizioni: abhinivesah, o attaccamento alla vita (sutra II.3). Secondo Patanjali, l’origine di quest’afflizione “sottile” risiede nella mente. Il modo per superarla è di penetrare profondamente in se stessi e fare esperienza dell’unità tra la corrente del se’ (o forza vitale) e l’universo, attraverso un processo di “involuzione” (pratyahara). In questo modo si potrà comprendere che non c’è differenza tra la vita e la morte. Pratyahara è il presupposto per preparare la mente alla meditazione. Di seguito ho stilato alcune tecniche di meditazione per concentrare l’attenzione sulla totalità di questa emozione, sulla sua transitorietà e sulla dissoluzione dell’io-pensante.

Namaste
Silvia x

 

Pratica di Meditazione 1:

Osserva la paura quando la mente è calma,

Senza trovare una soluzione, senza tirare fuori il suo opposto, il coraggio,

Senza cercare di comprenderla o di scappare.

Guarda la paura nel suo insieme e non alle varie forme di paura o all’oggetto della paura.

Chi osserva la paura e i suoi movimenti?

L’osservatore è il censore che non vuole la paura. E’ la totalità di tutte le esperienze di paura.

L’osservatore è la paura. Sei parte della paura. Sei la paura.

Quando capisci questo non c’è più lotta, conflitto o separazione.

 

Meditazione 2:

Ripeti:

“Ho paura ma non sono la paura. Le mie emozioni manifestano diverse condizioni, ma questi stati cambiano.

Sono la consapevolezza immutata in cui queste emozioni volubili sorgono. Do importanza alle mie emozioni, ma non sono le mie emozioni.”

 

Meditazione 3:

Senti l’emozione della paura

Prendi consapevolezza di essa

Rimani consapevole

Nel profondo chiediti: chi è cosciente di questa emozione?

Senti la risposta: Io sono.

Senti dove “io sono è localizzato nel corpo.

Traccia il sentimento dal cervello al cuore.

E senti la risonanza di “io sono” nel cuore.

Ora abbandona “sono”. Lascialo andare.

Senti solo “io” e dove sorge nel corpo.

Ora lascia questo pensiero dell’io.

Diventa UNO con l’essere prima che insorga l’io-pensiero.

Lascia che l’osservatore si dissolva nell’essere che osserva.

Quest’ampia consapevolezza si espande, simultaneamente, in tutte le direzioni.

Sii prima che l’io-pensiero sorga.

Sii prima che l’osservatore sorga.

Sii, senza centro o periferia.

Sii, prima, durante e dopo che la mente interferisca.