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Patanjali negli Yoga Sutra (2/3 sec. DC) analizza la natura dei pensieri e movimenti emotivi, e come lasciarli andare per sperimentare il silenzio profondo o samadhi. Il samadhi è alla base della meditazione. Sutra significa filo. Patanjali traccia un excursus dello yoga che va dalle origini, documentate nelle Upanishads (800 AC) e forse anche prima, fino al secondo/terzo secolo DC. Il testo è diviso in 195 Sutra e quattro Pada, o spazi di saggezza.

Nel Sutra 4.9, si parla di samskara o memorie, attive ma soprattutto implicite. I samskara sono delle cicatrici, o tracce, lasciate dalle nostre azioni passate – poco importa se fatte o subite. Queste azioni sono spesso determinate dal karma (dal DNA della nostra famiglia o da vite precedenti).

Più ripetiamo le stesse azioni, più creiamo un solco (vasana) dal quale è sempre più difficile uscire. Quando la nostra vita comincia a girare intorno a queste cicatrici, entriamo nel circolo vizioso dei vasana. Vasana, letteralmente, è la fragranza di fondo di ogni persona — la sua energia. In altre parole, i vasana sono le nostre abitudini interiori, ben sedimentate, che finiscono per diventare le caratteristiche profonde della nostra personalità.

La mente interpreta gli stimoli esterni che arrivano attraverso i sensi e li esprime sotto forma di comunicazione attraverso il linguaggio; movimento attraverso gli organi motori di braccia e gambe; sesso attraverso gli organi riproduttivi; evacuazione attraverso gli organi escretori. Durante il processo di interpretazione di questi stimoli esterni da parte dell’intelletto e dell’ego, si possono formare delle tracce o segni (samskara appunto) che vanno a influenzare la nostra identità. Il risultato nefasto è la perdita di energia vitale e l’accumulo di karma. La buona notizia – ci rassicura Patanjali — è che il karma può essere bruciato usando due strumenti: vairagya (attenuazione) e abhyasa (pratica costante e ininterrotta). Questo il processo riassunto schematicamente:

Karma Shaya (carico del karma) –> Samskara (cicatrici) –> Vasana (solchi) –> perdita di Shakti Daridrya (energia vitale) –> Karma Bhuni (terreno dove il karma viene estinto) –> Nirodah (Rodh = controllo delle fluttuazioni della mente) –> Strumenti: Vairagya (attenuazione) e Abhyasa (pratica costante e ininterrotta)

Concentriamoci sul concetto di vairagya, o attenuazione. Con la pratica e il controllo attenuiamo la tendenza naturale della mente ad afferrare, attaccarsi e identificarsi. La mente si identifica con quello che conosce e si attacca al piacere (raga) rigettando il dolore (dukha), ma anche il rigetto — bada bene — è una forma di attaccamento. Se quindi smettiamo di dare un nome alle cose, togliamo forza ai sensi e attiviamo una percezione della realtà non filtrata, di continua meraviglia interiore e silenziosa. Passiamo dall’abitudine alla sperimentazione, dal rumore al silenzio… 

Ecco una breve pratica di meditazione per attenuare le fluttuazioni della mente:

 Entra in contatto con il tuo guru interiore, con la quiete nel cuore al di là dei costrutti mentali e delle abitudini. Entra in contatto con il silenzio profondo che è alla base dei movimenti della mente. Connettiti con il silenzio sotto i pensieri, le emozioni e le parole. Fonditi con l’energia che contiene tutto. E’ un atto di abbandono, di fiducia, di resa. I giochi della mente sono come i giochi d’acqua. Il fondo è sempre fermo. Quello spazio è il samadhi.

 Om Shanti

{Riflessioni dal seminario con Andrea Boni del 17 ottobre 2015}