karma

Come vivere con chiarezza e direzione. Dagli insegnamenti del Maestro Acharya Swami Joythimayananda

A cura di Silvia Segatori (www.urbangipsiyoga.com)

 

“Il nostro scopo ultimo in questa vita è la purificazione. Si può andare avanti nella vita materiale per il successo o andare avanti ritornando indietro, verso le nostre origini. Nel primo caso si può anche fallire, nel secondo caso si cresce sempre. E nella crescita non si cade mai.”

Swami Joythimayananda

La parola karma, entrata ormai nel gergo colloquiale, è spesso abusata in occidente, e, a mio parere, travisata anche in India. D’altro canto, il concetto di dharma viene spesso frainteso come dovere imposto dall’esterno o come scelta arbitraria. In questo breve articolo avrò cura di spiegare il significato di questi due termini opposti e complementari tra loro alla luce delle mie riflessioni e degli insegnamenti di Swami Joythimayananda, maestro di yoga tradizionale e sapiente di Ayurveda.

Cos’è il karma e come agisce?

Karma significa “azione”. La vita è azione ed è basata principalmente su tre azioni: nutrirsi, dormire e compiere attività. Il concetto di karma in ambito induista si riferisce alla causa ed effetto delle nostre azioni; più precisamente, è l’accumulo degli effetti del nostro agire che diventa poi causa di situazioni future.

Le nostre azioni sono spesso, se non sempre, condizionate dai cosiddetti vasana e samskara, ossia da impressioni del passato ancora cariche di emozioni, che in termini di psicologia occidentale possiamo chiamare “inconscio”. In altri termini, i vasana o samskara sono le registrazioni impresse nella nostra memoria cellulare che abbiamo ereditato da vite precedenti (secondo la teoria della trasmigrazione delle anime) o dai nostri antenati (secondo la teoria più scientifica della memoria emozionale nel DNA). Non solo. Siamo anche ‘vittime’ del karma collettivo del luogo, tempo e condizione sociale in cui siamo nati. In altre parole, il karma rappresenta il carico delle emozioni irrisolte e l’insieme dei condizionamenti che, se lasciati agire, determinano il nostro destino. Limitarsi a una visione deterministica sarebbe però riduttivo. Siamo qui per crescere, evolvere e purificarci. Il karma va quindi considerato come un’opportunità di crescita.

Certe cose non si possono cambiare: se sono nato con gli occhi marroni, non potrò mai averli verdi. Prima lo accetto, prima metterò la mia anima in pace. Non basta solo accettarlo però. Bisogna anche apprezzarlo con un atteggiamento sattvico, per usare un termine che proviene dalla filosofia hindu del Samkhya. Il karma in se’ non è, infatti, ne’ buono ne’ cattivo. Dipende dall’interpretazione dell’ego, che può essere rajasico (ego che da’ colpe), tamasico (ego vittimistico), o sattvico appunto (ego che si prende le proprie responsabilità).

Dharma

Il karma è dunque la cornice all’interno della quale ci muoviamo cercando di fare del nostro meglio con quello che abbiamo. Agendo con purezza, senza attaccamento ai frutti dell’azione e senza aspettative, possiamo bruciare karma — ovvero agire senza generare residui. Quando agiamo con purezza e con un cuore leggero, apprezzando tutte le situazioni, stiamo seguendo il dharma, o dovere/missione spirituale.

Ma qual è il vero dharma?

La missione ultima di questa esistenza è la purificazione, “tornare alla casa”, come dice il Maestro Swami Joythimayananda. A disposizione abbiamo diversi strumenti per attuare il nostro dharma nella vita quotidiana: possiamo seguire una vita ascetica, riconoscere il nostro dharma nel ruolo di genitore o nel lavoro che facciamo (spesso pre-determinato dal karma). Tutto nella vita va vissuto come un dovere fatto con gioia e non come piacere fine a se stesso. Il dharma dunque non si sceglie, ma si segue. La scelta, infatti, è guidata dall’ego, quella parte di noi che critica, si lamenta, non si accontenta mai, fa la vittima o condanna spingendoci verso i vizi e alimentando così il karma. Se non risvegliamo la consapevolezza, continueremo a essere spinti dal desiderio e ad assecondare il karma che spinge nella direzione del samsara (ciclo eterno di nascita, vita, morte e rinascita). Con un atto di volontà, che nasce dall’anima, il dharma si oppone alla corrente del karma elevandoci verso l’alto. Quando seguiamo il dharma, il nostro cuore è leggero.

Come si riconoscono gli strumenti del dharma?

Gli strumenti che abbiamo a disposizione si riconoscono, non solo scoprendo le proprie inclinazioni naturali, potenzialità o attitudini personali all’interno dei limiti imposti dal karma, ma anche, e soprattutto, accettando e apprezzando la propria condizione inevitabile per quella che è — ne’ più ne’ meno. E’ dunque un lavoro di comprensione, discriminazione e accettazione che si attua attraverso tre strumenti: l’ascolto profondo, la pazienza e l’assunzione di responsabilità.

Applicando l’ascolto profondo, ci possiamo connettere con la parte più vera del nostro essere e smettere di sentenziare giudizi. Attuando la pazienza, smettiamo di lamentarci e chiederci “quando”. Nel momento in cui assumiamo responsabilità della nostra situazione, smettiamo di fare le vittime o di colpevolizzarci e cerchiamo di gestire al meglio ciò che ci si presenta.

Una volta definito il dharma, sentiremo chiarezza e senso di direzione. A questo punto possiamo più facilmente applicare la resistenza (alle distrazioni o agli ostacoli); l’impegno e la perseveranza nel perseguire il nostro cammino e onorare la nostra natura più vera.

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